Da "Il rifugio dei cuori solitari" di Lucy Dillon
Oggi è stato un giorno triste al rifugio. Tre nuovi cani scaricati davanti al cancello: uno spaniel matto, un barboncino rognoso e un terrier con un nastro rosso e i denti guasti. Megan li ha portati dentro, ma hanno ululato tutto il giorno per i padroni, spargendo infelicità intorno a sè come pulci. Hanno spinto tutti a uggiolare, persino i veterani che sanno il fatto loro, qui.
Hanno leggermente scombussolato persino me.
Dot li ha tranquillizzati, però. Ha tranquillizzato migliaia di cani nella sua cucina; sa come tenerli per la collottola e dire le frasi adatte. Una bella e lunga passeggiata, un pasto sostanzioso, e si ambientano in un battibaleno. Lei piazza addirittura vecchie poltrone nei recinti in modo da ricreare l'atmosfera di casa per gli animali che un tempo dormivano sul divano. Ma ogni sera, persino in giornate come questa, quando gli altri cani hanno mangiato e si trovano nei rispettivi recinti, Dot si infila gli stivali e mi strizza l'occhio, e io trotterello fino alla porta sul retro. Dot e io ci godiamo quest'ora speciale insieme sin dai tempi in cui ero cucciolo, quando mi infilava nella tasca del suo giaccone Barbour e i suoi capelli erano neri, non grigi. Saliamo nel frutteto, dove lei fa i suoi esercizi per il braccio: lancia la pallina e io gliela riporto così può lanciarla di nuovo.
Parla, ma a sè stessa, non a me. Quando vuole rivolgersi a me, mi guarda con quegli occhi acuti, un pò simile a un collie anche lei, e io so esattamente cosa vuole che faccia. Ci capiamo senza bisogno di parole, io e Dot.
Stasera non sta parlando e non sta lanciando la pallina molto lontano. Sembra stanca. Io impiego più tempo del solito per riportargliela, per darle l'opportunità di riprendere fiato, e non le mordicchio i talloni per metterle fretta, pur fremendo dalla voglia di farlo.
Lancia la pallina ancora una volta, non molto lontano, ma mentre vado a riprenderla sento qualcosa risalire la collina e mi si drizza il pelo. Non è un cane o un essere umano, ma qualcosa di oscuro che sfreccia nell'aria serale. Come pioggia, o il panico che i cani randagi portano con sè.
Vorrei che fossimo al chiuso,accanto alla stufa Aga, sulle nostre poltrone.
Ma siamo qui fuori insieme, e il mio compito è quello di rimanere con lei.
Dot mi chiama e, mentre sto tornando indietro di corsa con la pallina, barcolla e cade a terra. Corro da lei ma il suo volto è inespressivo e mentre le sto leccando le mani e il naso per svegliarla mi accorgo che l'oscurità è vicina, adesso, tutt'intorno noi.
Le sue palpebre tremolano e Dot guarda su, una sola volta, e vedo cosi tanto amore sul suo viso, e poi ecco che se ne è andata, scivolando via da me.
Mi stendo sulle sue gambe e ululo, un suono che non ho mai emesso prima. Ora so cosa provano gli altri cani quando piangono notte dopo notte affinchè i loro padroni li trovino, non capendo perchè sono stati lasciati soli. Io non sono mai stato un cane abbandonato, pur avendo vissuto in un rifugio per cani abbandonati. Sono sempre stato di Dot. Ma adesso mi sento perso e solo.
domenica 6 settembre 2015
sabato 8 agosto 2015
I confini del confino
Da "Il taccuino di Ventotene" testi di Manlio Calegari
A Ventotene i confinati avevano licenza di movimento solo in uno spazio esiguo che comprendeva le strade del centro: Muraglione, Granili, Piazza Chiesa, Via Roma, piazza Castello, Olivi fino all'incrocio detto Madonnina e solo nell'ultimo periodo fu aperto il tratto della Via Nuova che conduce a Via Calanave. La superficie dell'isola, 2 kmq, riservato ai confinati era circa un decimo del totale. Su questo territorio, alla fine degli anni Trenta, si muovevano (durante il giorno) circa 800 confinati per una vigilanza interna allo scopo di meglio individuare eventuali contatti tra confinati e isolani.
immagine di Serena Bonadonna
Isolani, confinati, militi e poliziotti erano le tre popolazioni dell'isola che non si mescolavano né si confondevano mai. Entravano però in contatto quotidianamente. Gli isolani erano il riferimento necessario alla loro vita materiale sia che servizi, lavoro o prodotti artigianali. Rapporti non facili essendo vietata ogni relazione non connessa alla vita materiale: niente visite, conversazioni o relazioni di altro tipo.
A sorvegliare i confinati sull'isola, oltre a due motoscafi della polizia, armati e con 5 uomini di equipaggio ciascuno, da carabinieri, agenti di PS e uomini della Milizia in continuo aumento a partire dal 1930 e raggiunse attorno al 1940 il numero di 180 militi, 60 agenti di PS e 30 carabinieri oltre a un plotone di soldati della marina addetto alla vigilanza costiera.
IL CONFINATO DOVEVA:
1. darsi a stabile occupazione;
2. non allontanarsi della zona urbana delimitata dalle apposite tabelle;
3. non cambiare l'alloggio avuto assegnato e non prendere in affitto qualsiasi tipo di locale
senza preventiva autorizzazione della direzione.
4.non ritirarsi la sera più tardi e non uscire la mattina più presto dell'orario stabilito
5.non detenere né portare armi
6.non detenere né usare apparecchi radio o di comunicazione
7.non detenere attrezzature per la riproduzione meccanica o chimica o fotografica
8. non tenere relazioni con donne a scopo di "tresca"
9.tenere buona condotta; non questionare e non dar luogo a comportamenti sospetti:
10. non frequentare osterie o pubblici esercizi;
11.non frequentare pubbliche riunioni o trattenimenti pubblici ne processioni ecclesiastiche o civili;
12.non formare assembramenti in luoghi pubblici, non tenere riunioni private o conferenze;
13. presentarsi al direttore della colonia il primo di ogni mese e rispondere ad ogni convocazione del medesimo;
14. portare sempre addosso la carta di permanenza ed esibirla ad ogni eventuale richiesta;
15.non costituire né esercitare mense fra confinati senza preventiva autorizzazione;
16. non giocare d'azzardo né partecipare a o raccolte di fondi o oggetti tra confinati;
17. non dare denaro a usura;
18. non vendere o barattare o pigionare beni o vestiario fornito dall'amministrazione;
19. non far rumore durante le ore di riposo
20. non imbrattare muri o vestiario dell'Amministrazione;
21. non discutere di politica né fare propaganda politica;
22.non scrivere o ricevere corrispondenza o pacchi di qualsiasi genere se non tramite l'amministrazione
23. non tenere presso di sé somme di denaro superiori- a giudizio insindacabile del direttore della Colonia- ai bisogni ordinari
24. presentarsi tutti i giorni al posti di Polizia in piazza Castello alle ore 13 in autunno e inverno e alle ore 11 in primavera ed estate
25. osservare tutte le prescrizioni eventualmente imposte dal direttore della Colonia.
A Ventotene i confinati avevano licenza di movimento solo in uno spazio esiguo che comprendeva le strade del centro: Muraglione, Granili, Piazza Chiesa, Via Roma, piazza Castello, Olivi fino all'incrocio detto Madonnina e solo nell'ultimo periodo fu aperto il tratto della Via Nuova che conduce a Via Calanave. La superficie dell'isola, 2 kmq, riservato ai confinati era circa un decimo del totale. Su questo territorio, alla fine degli anni Trenta, si muovevano (durante il giorno) circa 800 confinati per una vigilanza interna allo scopo di meglio individuare eventuali contatti tra confinati e isolani.
immagine di Serena Bonadonna
Isolani, confinati, militi e poliziotti erano le tre popolazioni dell'isola che non si mescolavano né si confondevano mai. Entravano però in contatto quotidianamente. Gli isolani erano il riferimento necessario alla loro vita materiale sia che servizi, lavoro o prodotti artigianali. Rapporti non facili essendo vietata ogni relazione non connessa alla vita materiale: niente visite, conversazioni o relazioni di altro tipo.
A sorvegliare i confinati sull'isola, oltre a due motoscafi della polizia, armati e con 5 uomini di equipaggio ciascuno, da carabinieri, agenti di PS e uomini della Milizia in continuo aumento a partire dal 1930 e raggiunse attorno al 1940 il numero di 180 militi, 60 agenti di PS e 30 carabinieri oltre a un plotone di soldati della marina addetto alla vigilanza costiera.
IL CONFINATO DOVEVA:
1. darsi a stabile occupazione;
2. non allontanarsi della zona urbana delimitata dalle apposite tabelle;
3. non cambiare l'alloggio avuto assegnato e non prendere in affitto qualsiasi tipo di locale
senza preventiva autorizzazione della direzione.
4.non ritirarsi la sera più tardi e non uscire la mattina più presto dell'orario stabilito
5.non detenere né portare armi
6.non detenere né usare apparecchi radio o di comunicazione
7.non detenere attrezzature per la riproduzione meccanica o chimica o fotografica
8. non tenere relazioni con donne a scopo di "tresca"
9.tenere buona condotta; non questionare e non dar luogo a comportamenti sospetti:
10. non frequentare osterie o pubblici esercizi;
11.non frequentare pubbliche riunioni o trattenimenti pubblici ne processioni ecclesiastiche o civili;
12.non formare assembramenti in luoghi pubblici, non tenere riunioni private o conferenze;
13. presentarsi al direttore della colonia il primo di ogni mese e rispondere ad ogni convocazione del medesimo;
14. portare sempre addosso la carta di permanenza ed esibirla ad ogni eventuale richiesta;
15.non costituire né esercitare mense fra confinati senza preventiva autorizzazione;
16. non giocare d'azzardo né partecipare a o raccolte di fondi o oggetti tra confinati;
17. non dare denaro a usura;
18. non vendere o barattare o pigionare beni o vestiario fornito dall'amministrazione;
19. non far rumore durante le ore di riposo
20. non imbrattare muri o vestiario dell'Amministrazione;
21. non discutere di politica né fare propaganda politica;
22.non scrivere o ricevere corrispondenza o pacchi di qualsiasi genere se non tramite l'amministrazione
23. non tenere presso di sé somme di denaro superiori- a giudizio insindacabile del direttore della Colonia- ai bisogni ordinari
24. presentarsi tutti i giorni al posti di Polizia in piazza Castello alle ore 13 in autunno e inverno e alle ore 11 in primavera ed estate
25. osservare tutte le prescrizioni eventualmente imposte dal direttore della Colonia.
sabato 25 luglio 2015
VI CONSIGLIO DI LEGGERE UN LIBRO SBAGLIATO: CRUM
"Quando tutti gli addii
sono stati pronunciati
voglio essere colui che se ne va
e sarà bello essere andati." voglio essere colui che se ne va
"Il futuro era una nave tutta d'oro che noi pregavamo ci portasse via lontano"
Ci si potrebbe chiedere in che modo un libro possa essere definito sbagliato.
Se significasse trovare pagine e pagine di ridicolissimi refusi, Crum sarebbe un libro sbagliato.
Se significasse essere accusato di diffamazione e contenuti osceni, Crum sarebbe un libro sbagliato.
Se significasse offrire una vista impietosa sulla miseria umana e concedere al pubblico la possibilità di affezionarvisi, Crum sarebbe senza dubbio un libro sbagliato.
Assodato questo, non mi rimane che raccontarvi come sia possibile che reperire un libro semisconosciuto, di una piccola casa editrice e dalle parole ortograficamente sospette sia una scelta giusta.
Potrei iniziare dicendovi che Crum è un libro scritto per tutti coloro che da sempre hanno saputo di non poter restare. E forse non vi è cosa più certa.
Se significasse offrire una vista impietosa sulla miseria umana e concedere al pubblico la possibilità di affezionarvisi, Crum sarebbe senza dubbio un libro sbagliato.
Assodato questo, non mi rimane che raccontarvi come sia possibile che reperire un libro semisconosciuto, di una piccola casa editrice e dalle parole ortograficamente sospette sia una scelta giusta.
Potrei iniziare dicendovi che Crum è un libro scritto per tutti coloro che da sempre hanno saputo di non poter restare. E forse non vi è cosa più certa.
Quindi poco importa che il protagonista sia un orfano di nome Jesse Stone, che viva in una minuscola cittadina del West Virginia (Crum, appunto) e che ami passeggiare nei boschi o commettere azioni ai limiti del buonsenso.
Quello che invece conta è che, non appena si chiudono gli occhi, ci si ritrova per un attimo stesi in un pagliaio accanto a lui.
L'odore secco di sudore e sporcizia, l'idea di non sapere dove andare, ma di non poter rimanere, la consapevolezza di doversi buttare nel vuoto pur di essere qualcosa in più del mero, ineluttabile ripetersi di un destino vuoto.
Quello che invece conta è che, non appena si chiudono gli occhi, ci si ritrova per un attimo stesi in un pagliaio accanto a lui.
L'odore secco di sudore e sporcizia, l'idea di non sapere dove andare, ma di non poter rimanere, la consapevolezza di doversi buttare nel vuoto pur di essere qualcosa in più del mero, ineluttabile ripetersi di un destino vuoto.
Poiché sa che ogni uomo merita il privilegio della possibilità e l'onere della responsabilità nella propria vita, il lettore desidera intensamente che Jesse scappi.
Ma contemporaneamente qualcosa di straordinario accade.
Lee Maynard non si accontenta di mostrarci l'ennesima parabola eroica di un ragazzo dalle umili origini. Lee Maynard ci fa innamorare di quello che l'eroe sta per perdere.
In un intenso, accattivante e onesto omaggio a ciò che non può essere trattenuto, Crum mostra come sia spontaneo passare un'intera giovinezza a biasimare il luogo in cui si abita, ma quanto sia altrettanto difficile abbandonarlo.
Ma contemporaneamente qualcosa di straordinario accade.
Lee Maynard non si accontenta di mostrarci l'ennesima parabola eroica di un ragazzo dalle umili origini. Lee Maynard ci fa innamorare di quello che l'eroe sta per perdere.
In un intenso, accattivante e onesto omaggio a ciò che non può essere trattenuto, Crum mostra come sia spontaneo passare un'intera giovinezza a biasimare il luogo in cui si abita, ma quanto sia altrettanto difficile abbandonarlo.
Cosa potrebbe mai esserci di conveniente in un luogo ricco di figure che hanno rinunciato alla bellezza e alla felicità? Perché aver paura di non riuscire a lasciare quella lunga sfilata di anime spezzate e abbrutite?
Jesse non ha motivi per restare, eppure prima di andarsene trova Crum incredibilmente bella.
Così scappa in modo frettoloso, indecoroso, vigliacco.
Come Orfeo sa di non potersi voltare, perché la morte che corrode l'anima di Crum potrebbe incatenare anche lui. E perché qualcosa, qualsiasi cosa potrebbe trattenerlo.
I volti miserabili degli adulti, la noia, i boschi che hanno tenuto compagnia alla sua solitudine, gli zii, il seno di Yvonne, le mani sempre nei pantaloni di Benny, il fiume, la capanna in cui progettava la fuga, gli amici di una vita. Qualsiasi cosa.
E' il canto delle sirene, prima di ogni addio.
Ma è questo il segreto del libro: lo sentirete anche voi.
Jesse non ha motivi per restare, eppure prima di andarsene trova Crum incredibilmente bella.
Così scappa in modo frettoloso, indecoroso, vigliacco.
Come Orfeo sa di non potersi voltare, perché la morte che corrode l'anima di Crum potrebbe incatenare anche lui. E perché qualcosa, qualsiasi cosa potrebbe trattenerlo.
I volti miserabili degli adulti, la noia, i boschi che hanno tenuto compagnia alla sua solitudine, gli zii, il seno di Yvonne, le mani sempre nei pantaloni di Benny, il fiume, la capanna in cui progettava la fuga, gli amici di una vita. Qualsiasi cosa.
E' il canto delle sirene, prima di ogni addio.
Ma è questo il segreto del libro: lo sentirete anche voi.
"Tutto quello che sapevo era che avevo appena tagliato un cordone ombelicale e avevo usato un coltello arrugginito per farlo."
Di Gloria Basanisi
giovedì 23 luglio 2015
Bande di delfini per il mare
trad. da BBC Nature.
I maschi dei delfini tursiopi, stringono alleanze simili a bande per sorvegliare le femmine da altri gruppi.
Un team ha studiato i delfini nella Shark Bay, in Australia occidentale, hanno osservato che gli animali che vagano per centinaia di chilometri formano diversi gruppi.
I ricercatori hanno osservato i delfini per un periodo di cinque anni, registrando i loro movimenti.
Il dottor Richard Connor è un ricercatore degli Stati Uniti che ha preso parte a questo studio, ha iniziato i suoi studi dei delfini Shark Bay nei primi anni 1980.
Questo ultimo studio rivela come i delfini vivono in una società aperta. Connor ha infatti riconosciuto diversi livelli di alleanza nei gruppi sociali di questi mammiferi.
Quando i gruppi di delfini nei loro viaggi incontrano gruppi stranieri devono decidere come comunicare con loro. Per Questo formano tre diversi tipi di alleanza.
Il primo è formato da coppie o terzetti che lavorano insieme per catturare e radunare le femmine fertili. Questo tipo di alleanza può durare per più di un mese.
In una "alleanza di secondo ordine", gli animali formano "squadre" tra quattro e quattordici maschi che attaccano contro altri gruppi per prendere le loro femmine.
In un terzo livello, i delfini hanno "relazioni amichevoli" tra squadre più grandi; si uniscono le forze per formare gruppi più numerosi, per difendere insieme le loro femmine da altri gruppi aggressivi.

Il dottor Connor ha spiegato a BBC Sport che gli animali hanno bisogno di essere "incredibilmente intelligenti" per riuscire a capire se i gruppi che incontrano possono essere alleati o nemici, e stipulare alleanze o difendersi da essi.
I maschi dei delfini tursiopi, stringono alleanze simili a bande per sorvegliare le femmine da altri gruppi.
Un team ha studiato i delfini nella Shark Bay, in Australia occidentale, hanno osservato che gli animali che vagano per centinaia di chilometri formano diversi gruppi.
I ricercatori hanno osservato i delfini per un periodo di cinque anni, registrando i loro movimenti.
Il dottor Richard Connor è un ricercatore degli Stati Uniti che ha preso parte a questo studio, ha iniziato i suoi studi dei delfini Shark Bay nei primi anni 1980.
Questo ultimo studio rivela come i delfini vivono in una società aperta. Connor ha infatti riconosciuto diversi livelli di alleanza nei gruppi sociali di questi mammiferi.
Quando i gruppi di delfini nei loro viaggi incontrano gruppi stranieri devono decidere come comunicare con loro. Per Questo formano tre diversi tipi di alleanza.
Il primo è formato da coppie o terzetti che lavorano insieme per catturare e radunare le femmine fertili. Questo tipo di alleanza può durare per più di un mese.
In una "alleanza di secondo ordine", gli animali formano "squadre" tra quattro e quattordici maschi che attaccano contro altri gruppi per prendere le loro femmine.
In un terzo livello, i delfini hanno "relazioni amichevoli" tra squadre più grandi; si uniscono le forze per formare gruppi più numerosi, per difendere insieme le loro femmine da altri gruppi aggressivi.
Il dottor Connor ha spiegato a BBC Sport che gli animali hanno bisogno di essere "incredibilmente intelligenti" per riuscire a capire se i gruppi che incontrano possono essere alleati o nemici, e stipulare alleanze o difendersi da essi.
sabato 18 luglio 2015
Come sudano i cani
La lingua che penzola giù dalla sua bocca, con delle goccioline che pian piano toccano il terreno sotto di lui, il respiro affannato che viene da un angolo all'ombra, è lo spettacolo che ci regalano i nostri pelosi ogni estate.
I cani come altri animali soffrono eccessivamente il caldo:
I cani dopo uno sforzo fisico, avendo consumato ossigeno per portare a termine un azione, risentono di un aumento della temperatura corporea. Il respirare affannosamente fa si che il cane recuperi ossigeno e che il cuore si regolarizzi.
Mentre negli esseri umani la regolazione della temperatura corporea è compito della sudorazione mentre nei cani è limitata poiché avviene solo nei cuscinetti plantari. Dalle zampe i cani disperdono il vapore cosi da ristabilire la temperatura.
Disegni di Serena Bonadonna
I cani come altri animali soffrono eccessivamente il caldo:
I cani dopo uno sforzo fisico, avendo consumato ossigeno per portare a termine un azione, risentono di un aumento della temperatura corporea. Il respirare affannosamente fa si che il cane recuperi ossigeno e che il cuore si regolarizzi.
Mentre negli esseri umani la regolazione della temperatura corporea è compito della sudorazione mentre nei cani è limitata poiché avviene solo nei cuscinetti plantari. Dalle zampe i cani disperdono il vapore cosi da ristabilire la temperatura.
Disegni di Serena Bonadonna
giovedì 16 luglio 2015
L'aria di Cuzco dopo la conquista
Da "Inés dell'anima mia" di Isabel Allende
Girai per le strade di Cuzco strabiliata, scrutando la gente. Quei visi cuprei non sorridevano mai e non mi guardavano negli occhi. Cercavo di immaginarmi le loro vite prima del nostro arrivo, quando per quelle strade passeggiavano intere famiglie con i loro vistosi abiti colorati, sacerdoti con pettorine d'oro, il sovrano carico di gioielli, trasportato su una portantina d'oro decorata con piume di uccelli favolosi, accompagnato dai musicisti, dai boriosi guerrieri e dall'interminabile seguito di spose e vergini del Sole.Quella complessa cultura sopravviveva quasi intatta, nonostante l'invasione; era solo meno visibile. Sul trono, tenuto come prigioniero di lusso da Francisco Pizarro, c'era un sovrano che non vidi mai perchè non ebbi accesso alla sua corte reclusa. Per le strade si aggirava il popolo, numeroso e silenzioso. Per ogni barbuto europeo si contavano centinaia di indigeni glabri. Gli spagnoli, alteri e rumorosi, vivevano dentro un'altra dimensione, come se i nativi fossero invisibili, semplici ombre nelle anguste stradine di pietra. Gli indigeni cedevano il passo agli stranieri che li avevano sconfitti, ma mantenevano i loro usi, le credenze e le gerarchie, nella speranza di potersi liberare dai barbuti con il tempo e la pazienza. Non potevano concepire l'idea che costoro sarebbero rimasti per sempre.
A quell'epoca si era placata la violenza fratricida che aveva diviso gli spagnoli ai tempi di Diego de Almagro. A Cuzco la vita ricominciava a un ritmo lento, perchè molto era il rancore accumulato e gli animi si scaldavano con facilità. I soldati erano ancora irrequieti a causa della spietata guerra civile, il paese era impoverito e disordinato, gli indios erano costretti a lavori forzati. Il nostro imperatore Carlo V aveva ordinato attraverso i documenti reali di trattare i nativi con rispetto, di evangelizzarli e civilizzarli con l'esempio di una vita corretta e con opere buone, ma la realtà era ben diversa. L'imperatore che non aveva mai calpestato il suolo del Nuovo Mondo, dettava le sue assennate leggi nei bui saloni di palazzi molto antichi, a migliaia di leghe di distanza dai paesi che governava, e non teneva presente l'insaziabile avidità dell'uomo. Pochissimi spagnoli rispettavano tali ordinanze e meno che mai il marchese governatore, Francisco Pizarro. Persino il più misero spagnolo aveva indios al suo servizio e i ricchi encomenderos, i proprietari fondiari, ne avevano a centinaia perchè nulla valeva possedere terre e miniere senza braccia da lavoro. Gli indios obbedivano sotto la frusta dei sorveglianti, anche se alcuni preferivano dare una morte pietosa ai propri famigliari e poi suicidarsi.
Girai per le strade di Cuzco strabiliata, scrutando la gente. Quei visi cuprei non sorridevano mai e non mi guardavano negli occhi. Cercavo di immaginarmi le loro vite prima del nostro arrivo, quando per quelle strade passeggiavano intere famiglie con i loro vistosi abiti colorati, sacerdoti con pettorine d'oro, il sovrano carico di gioielli, trasportato su una portantina d'oro decorata con piume di uccelli favolosi, accompagnato dai musicisti, dai boriosi guerrieri e dall'interminabile seguito di spose e vergini del Sole.Quella complessa cultura sopravviveva quasi intatta, nonostante l'invasione; era solo meno visibile. Sul trono, tenuto come prigioniero di lusso da Francisco Pizarro, c'era un sovrano che non vidi mai perchè non ebbi accesso alla sua corte reclusa. Per le strade si aggirava il popolo, numeroso e silenzioso. Per ogni barbuto europeo si contavano centinaia di indigeni glabri. Gli spagnoli, alteri e rumorosi, vivevano dentro un'altra dimensione, come se i nativi fossero invisibili, semplici ombre nelle anguste stradine di pietra. Gli indigeni cedevano il passo agli stranieri che li avevano sconfitti, ma mantenevano i loro usi, le credenze e le gerarchie, nella speranza di potersi liberare dai barbuti con il tempo e la pazienza. Non potevano concepire l'idea che costoro sarebbero rimasti per sempre.
A quell'epoca si era placata la violenza fratricida che aveva diviso gli spagnoli ai tempi di Diego de Almagro. A Cuzco la vita ricominciava a un ritmo lento, perchè molto era il rancore accumulato e gli animi si scaldavano con facilità. I soldati erano ancora irrequieti a causa della spietata guerra civile, il paese era impoverito e disordinato, gli indios erano costretti a lavori forzati. Il nostro imperatore Carlo V aveva ordinato attraverso i documenti reali di trattare i nativi con rispetto, di evangelizzarli e civilizzarli con l'esempio di una vita corretta e con opere buone, ma la realtà era ben diversa. L'imperatore che non aveva mai calpestato il suolo del Nuovo Mondo, dettava le sue assennate leggi nei bui saloni di palazzi molto antichi, a migliaia di leghe di distanza dai paesi che governava, e non teneva presente l'insaziabile avidità dell'uomo. Pochissimi spagnoli rispettavano tali ordinanze e meno che mai il marchese governatore, Francisco Pizarro. Persino il più misero spagnolo aveva indios al suo servizio e i ricchi encomenderos, i proprietari fondiari, ne avevano a centinaia perchè nulla valeva possedere terre e miniere senza braccia da lavoro. Gli indios obbedivano sotto la frusta dei sorveglianti, anche se alcuni preferivano dare una morte pietosa ai propri famigliari e poi suicidarsi.
giovedì 9 luglio 2015
Il fotografo dell'oceano: Brian Skerry
Brian Skerry è un fotoreporter specializzato in fauna marina e ambienti subacquei. Dal 1998 è stato fotografo a per il National Geographic .
Brian è riconosciuto in tutto il mondo per il suo senso estetico così come per la sua rilevanza giornalistica . Le sue immagini raccontano storie che non solo celebrano il mistero e la bellezza del mare, ma anche aiutano a portare l'attenzione sul gran numero di problemi che mettono a rischio i nostri oceani e dei suoi abitanti.
Unica è la capacità di Brian di affrontare le grandi diversità dei luoghi in cui si trova. Nello stesso anno può passare in ambienti di estremo contrasto da barriere coralline tropicali a immersioni sotto il ghiaccio polare. Per scattare le sue foto ha vissuto mesi in mare viaggiando su qualsiasi mezzo da motoslitte a canoe compreso un dirigibile. Negli ultimi trent'anni ha trascorso più di 10.000 ore sott'acqua.
Per il National Geographic ha raccontato molte storie, tra cui la lotta della foca della Groelandia, le ultime barriere coralline incontaminate del pianeta, la situazioni di tartarughe, squali delle Bahamas...
Brian ha lavorato in riviste come Sports Illustrated, US News and World Report, BBC Wildlife, GEO, Smithsonian, Playboy, Esquire, Audubon . E' anche l'autore / fotografo di cinque libri. La sua ultima monografia Ocean Soul, è stato rilasciato alla fine del 2011 e continua a ricevere consensi in tutto il mondo.

Avvicinamento ad una balena nelle isole Auckland.




Galleria completa sul sito ufficiale di Brian Skerry
Brian è riconosciuto in tutto il mondo per il suo senso estetico così come per la sua rilevanza giornalistica . Le sue immagini raccontano storie che non solo celebrano il mistero e la bellezza del mare, ma anche aiutano a portare l'attenzione sul gran numero di problemi che mettono a rischio i nostri oceani e dei suoi abitanti.
Unica è la capacità di Brian di affrontare le grandi diversità dei luoghi in cui si trova. Nello stesso anno può passare in ambienti di estremo contrasto da barriere coralline tropicali a immersioni sotto il ghiaccio polare. Per scattare le sue foto ha vissuto mesi in mare viaggiando su qualsiasi mezzo da motoslitte a canoe compreso un dirigibile. Negli ultimi trent'anni ha trascorso più di 10.000 ore sott'acqua.
Per il National Geographic ha raccontato molte storie, tra cui la lotta della foca della Groelandia, le ultime barriere coralline incontaminate del pianeta, la situazioni di tartarughe, squali delle Bahamas...
Brian ha lavorato in riviste come Sports Illustrated, US News and World Report, BBC Wildlife, GEO, Smithsonian, Playboy, Esquire, Audubon . E' anche l'autore / fotografo di cinque libri. La sua ultima monografia Ocean Soul, è stato rilasciato alla fine del 2011 e continua a ricevere consensi in tutto il mondo.
Avvicinamento ad una balena nelle isole Auckland.
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