giovedì 23 luglio 2015

Bande di delfini per il mare

trad. da BBC Nature.

Male dolphins in Shark Bay, Australia
 

I maschi dei delfini tursiopi, stringono alleanze simili a bande per sorvegliare le femmine da altri gruppi.

Un team ha studiato i delfini nella Shark Bay, in Australia occidentale, hanno osservato che gli animali che vagano per centinaia di chilometri formano diversi gruppi.

I ricercatori hanno osservato i delfini  per un periodo di cinque anni, registrando i loro movimenti.

Il dottor Richard Connor è un ricercatore degli Stati Uniti che ha preso parte a questo studio, ha iniziato i suoi studi dei delfini Shark Bay nei primi anni 1980.

Questo ultimo studio rivela come i delfini vivono in una società aperta. Connor ha infatti riconosciuto diversi livelli di alleanza nei gruppi sociali di questi mammiferi.

Quando i gruppi di delfini nei loro viaggi incontrano gruppi stranieri devono decidere come comunicare con loro. Per Questo formano tre diversi tipi di alleanza.

Il primo è formato da  coppie o terzetti che lavorano insieme per catturare e radunare le femmine fertili. Questo tipo di alleanza può durare per più di un mese.

In una "alleanza di secondo ordine", gli animali formano "squadre" tra quattro e quattordici maschi che attaccano contro altri gruppi per prendere le loro femmine.

In un terzo livello, i delfini hanno "relazioni amichevoli" tra  squadre più grandi; si uniscono le forze per formare gruppi più numerosi,  per difendere insieme le loro femmine da altri gruppi aggressivi.

Shark Bay dolphins

Il dottor Connor ha spiegato a BBC Sport che gli animali hanno bisogno di essere "incredibilmente intelligenti" per riuscire a capire se i gruppi che incontrano possono essere alleati o nemici, e stipulare alleanze o difendersi da essi.

sabato 18 luglio 2015

Come sudano i cani

La lingua che penzola giù dalla sua bocca, con delle goccioline che pian piano toccano il terreno sotto di lui, il respiro affannato che viene da un angolo all'ombra, è lo spettacolo che ci regalano i nostri pelosi ogni estate.

I cani come altri animali soffrono eccessivamente il caldo:








I cani dopo uno sforzo fisico, avendo consumato ossigeno per portare a termine un azione, risentono di un aumento della temperatura corporea. Il respirare affannosamente fa si che il cane recuperi ossigeno e che il cuore si regolarizzi.





Mentre negli esseri umani la regolazione della temperatura corporea è compito della sudorazione mentre nei cani è limitata poiché avviene solo nei cuscinetti plantari. Dalle zampe i cani disperdono il vapore cosi da ristabilire la temperatura.




Disegni di Serena Bonadonna

giovedì 16 luglio 2015

L'aria di Cuzco dopo la conquista

Da "Inés dell'anima mia" di Isabel Allende



Girai per le strade di Cuzco strabiliata, scrutando la gente. Quei visi cuprei non sorridevano mai e non mi guardavano negli occhi. Cercavo di immaginarmi le loro vite prima del nostro arrivo, quando per quelle strade passeggiavano intere famiglie con i loro vistosi abiti colorati, sacerdoti con pettorine d'oro, il sovrano carico di gioielli, trasportato su una portantina d'oro decorata con piume di uccelli favolosi, accompagnato dai musicisti, dai boriosi guerrieri e dall'interminabile seguito di spose  e vergini del Sole.Quella complessa cultura sopravviveva quasi intatta, nonostante l'invasione; era solo meno visibile. Sul trono, tenuto come prigioniero di lusso da Francisco Pizarro, c'era un sovrano che non vidi mai perchè non ebbi accesso alla sua corte reclusa. Per le strade si aggirava il popolo, numeroso e silenzioso. Per ogni barbuto europeo si contavano centinaia di indigeni glabri. Gli spagnoli, alteri e rumorosi, vivevano dentro un'altra dimensione, come se i nativi fossero invisibili, semplici ombre nelle anguste stradine di pietra. Gli indigeni cedevano il passo agli stranieri che li avevano sconfitti, ma mantenevano i loro usi, le credenze e le gerarchie, nella speranza di potersi liberare dai barbuti con il tempo e la pazienza. Non potevano concepire l'idea che costoro sarebbero rimasti per sempre.



A quell'epoca si era placata la violenza fratricida che aveva diviso gli spagnoli ai tempi di Diego de Almagro. A Cuzco la vita ricominciava a un ritmo lento, perchè molto era il rancore accumulato e gli animi si scaldavano con facilità. I soldati erano ancora irrequieti a causa della spietata guerra civile, il paese era impoverito e disordinato, gli indios erano costretti a lavori forzati. Il nostro imperatore Carlo V aveva ordinato attraverso i documenti reali di trattare i nativi con rispetto, di evangelizzarli e civilizzarli con l'esempio di una vita corretta e con opere buone, ma la realtà era ben diversa. L'imperatore che non aveva mai calpestato il suolo del Nuovo Mondo, dettava le sue assennate leggi nei bui saloni di palazzi molto antichi, a migliaia di leghe di distanza dai paesi che governava, e non teneva presente l'insaziabile avidità dell'uomo. Pochissimi spagnoli rispettavano tali ordinanze e meno che mai il marchese governatore, Francisco Pizarro. Persino il più misero spagnolo aveva indios al suo servizio e i ricchi encomenderos, i proprietari fondiari, ne avevano a centinaia perchè nulla valeva possedere terre e miniere senza braccia da lavoro. Gli indios obbedivano sotto la frusta dei sorveglianti, anche se alcuni preferivano dare una morte pietosa ai propri famigliari e poi suicidarsi.


giovedì 9 luglio 2015

Il fotografo dell'oceano: Brian Skerry

Brian Skerry è un fotoreporter specializzato in fauna marina e ambienti subacquei. Dal 1998 è stato fotografo a per il National Geographic .


Brian è riconosciuto in tutto il mondo per il suo senso estetico così come per la sua rilevanza giornalistica . Le sue immagini  raccontano storie che non solo celebrano il mistero e la bellezza del mare, ma anche aiutano a portare l'attenzione sul gran numero di problemi che mettono a rischio i nostri oceani e dei suoi abitanti.

Unica è la capacità di Brian di affrontare le grandi diversità dei luoghi in cui si trova. Nello stesso anno può passare in ambienti di estremo contrasto da barriere coralline tropicali a immersioni sotto il ghiaccio polare. Per scattare le sue foto ha vissuto mesi in mare viaggiando su qualsiasi mezzo da motoslitte a canoe compreso un dirigibile. Negli ultimi trent'anni ha trascorso più di 10.000 ore sott'acqua.

Per il National Geographic ha raccontato molte storie, tra cui la lotta della foca della Groelandia, le ultime barriere coralline incontaminate del pianeta, la situazioni di tartarughe, squali delle Bahamas...


Brian ha lavorato  in riviste come  Sports Illustrated, US News and World Report, BBC Wildlife, GEO, Smithsonian, Playboy, Esquire, Audubon . E' anche l'autore / fotografo di cinque libri. La sua ultima monografia Ocean Soul, è stato rilasciato alla fine del 2011 e continua a ricevere consensi in tutto il mondo.


Avvicinamento ad una balena nelle isole Auckland.











Galleria completa sul sito ufficiale di Brian Skerry

giovedì 2 luglio 2015

Il primo studio sulla comunicazione animale

1- Darwin

Il primo studio sistematico sulla comunicazione animale risale a Charles Darwin (1809-1882). Nel 1859 Darwin aveva pubblicato "L'origine della specie", l'opera rivoluzionaria in cui esponeva la teoria biologica dell'evoluzione. A poco più di dieci anni di distanza, nel 1872 usci "l'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali". Mettendo assieme osservazioni personali, racconti di guardiani di zoo, resoconti di esploratori e missionari, Darwin portava avanti un'analisi accurata di come comunicano le emozioni gli animali e gli uomini. L'impostazione di fondo era già quella dell'etologia, che sarebbe nata solo nella prima metà del'900: l'espressione delle emozioni veniva inquadrata nell'evoluzione, di ciascun segnale si cercava di capire il significato funzionale nell'adattamento all'ambiente.
Lo studio di Darwin è pioneristico. Suggerisce però l'idea che gli animali comunichino essenzialmente per esprimere emozioni, cioè per manifestare all'esterno stati interiori di rabbia, paura, dolore, gioia, sorpresa, ecc. In realtà le ricerche successive hanno mostrato che la comunicazione animale è molto complessa ed ha un'incredibile varietà di contenuti e di modalità.

2-Le api e le fonti di cibo




Il primo poderoso lavoro sperimentale sulla comunicazione animale si devo allo zoologo austriaco Karl von Frisch.
Una colonia di api domestiche è formata da alcune decine di migliaia di individui, la maggior parte dei quali sono operaie che passano il tempo a raccogliere nettare e polline tutt'intorno all'alveare su una superficie di circa 100 chilometri quadrati. Queste api setacciano il territorio con grande efficienza, tanto che in un anno riescono a raccogliere, tra polline e nettare, una cinquantina di chilogrammi di materiale nutritizio. Le api difficilmente potrebbero raggiungere un risultato simile procedendo a caso. E' stato calcolato che solo per trasportare il materiale raccolto occorrono oltre quattro milioni di viaggi di circa quattro chilometri ciascuno. Se ai viaggi fruttuosi dovessero aggiungersene troppi a vuoto, l'impresa risulterebbe impossibile. Le api riescono perché hanno un sistema di perlustrazione del territorio che rende più efficiente la raccolta di cibo: alcune operaie - dette bottinatrici- vanno in esplorazione a individuare fonti di cibo e, tornate all'alveare, reclutano altre api per la raccolta. Per reclutare altre la bottinatrice in qualche modo deve metterle al corrente dell'avvistamento. Ma come comunica? E di che cosa informa esattamente le altre ?
Per chiarire come e che cosa comunicano le bottinatrici von Frisch condusse una serie di esperimenti nei quali collocava a una certa distanza dell'alveare ciotole con soluzioni zuccherine, quando arrivava una bottinatrice con una macchiolina di colore e poi la seguiva e poi la seguiva per andare a vedere che cosa accadeva nell'alveare al suo ritorno. Ha scoperto cosi che le api utilizzano due sistemi di comunicazione.
Se la fonte è vicina, la bottinatrice esegue la danza circolare: gira ripetutamente in cerchio ora in senso orario, ora in senso antiorario. Il tipico movimento circolare indica che il cibo è vicino e l'intensità della danza segnala quanto è ricca la fonte. Nell'alveare è buio e le altre api non vedono la danza, ma seguendo da vicino la bottinatrice possono ricostruire il percorso che fa e avvertire dalle vibrazioni il vigore con cui danza. La bottinatrice offre anche alle compagne un assaggio, dal quale si può riconoscere il tipo di cibo, e ha addosso l'odore dei fiori dove ha trovato il cibo, cosa che può aiutare a rintracciare il posto. Siccome la fonte è vicina, non occorrono indicazioni più precise circa la sua collocazione: uscite dall'alveare, le api reclutate la raggiungono senza difficoltà. Le più esperte, regolandosi in base all'assaggio e all'odore dei fiori, vanno dritte verso il posto avvistato. Le meno esperte si accodano alle più esperte.
Quando la fonte è lontana, l'ape bottinatrice ricorre alla danza dell'addome, che fornisce informazioni dettagliate sulla direzione da prendere e sulla distanza da percorrere. Percorrendo il tratto rettilineo indica la direzione. L'ape scodinzola vistosamente. Quando l'ape danza fuori dell'alveare prende come riferimento la direzione del sole. Quando, come di regola, la danza si svolge su una parete dentro l'alveare, la linea del sole è sostituita dalla verticale, La distanza della fonte di cibo è indicata dal tempo che l'ape impiega a percorrere il tratto rettilineo: più tempo impiega, più il cibo è lontano. Come accade nella danza dell'addome le altre api possono ricostruire la danza anche al buio perché si avvicinano alla danzatrice e la seguono. Per valutare la durata del movimento lineare sono aiutate da un segnale acustico: la danzatrice, non appena inizio il tratto rettilineo, comincia a emettere un caratteristico ronzio, che interrompe subito tornando alla traiettoria circolare. Anche la danza dell'addome ci sono l'assaggio e la trasmissione di odori tipici dei fiori del posto e l'intensità dello scodinzolamento reca informazioni sulla ricchezza della fonte .




Da Psicologia Oggi di Adele Bianchi e Parisio Di Giovanni

lunedì 29 giugno 2015

( Foto) Lo stadio Tiziano Ferro a Firenze






 
 
Tiziano ferro finalmente approda a Firenze, lo stadio è gremito e dopo tante ore di attesa i suoi fan possono sentire tutti i suoi successi.
Il concerto oltre ad essere uno spettacolo musica è un vero e proprio spettacolo di coreografie ed effetti scenici, dal volo del cantante di Latina al passaggio attraverso una passerella sulle teste dei propri spettatori.
 
 

















 
 
23 giugno 2015

domenica 28 giugno 2015

Caravaggio: un genio "incolto"


Caravaggio è senza dubbio un caso limite dell'arte italiana ed europea. Pur essendo il più dotato dei realisti nella storia della pittura, la sua arte rispecchia il concetto filosofico platonico secondo il quale la verità delle cose viene intesa come coscienza del mondo. Per Caravaggio tutto è degno di diventare il soggetto di un'opera d'arte; ciò che non viene ritenuto adeguato per i suoi committenti, per lui ha la necessaria dignità alla rappresentazione. La cosa che più lo interessa è distaccarsi dal concetto cattolico della realizzazione artistica, contrapponendo ad esso un'arte fatta di carne e sangue, libera dal falso decoro del manierismo.
Non lascia allievi, poiché non ha una bottega in cui erudirli sul mestiere della pittura; lascia una folta schiera di emuli e di plagiari, una scuola fatta anche di grandi artisti come Orazio Gentileschi, Battistello Caracciolo, il Guercino degli anni Dieci, Bartolomeo Manfredi. Eppure il suo nome resta a lungo nel novero delle eccezioni da riscoprire. Neppure il secolo del realismo, l'Ottocento, trova le condizioni per la giusta rivalutazione del genio lombardo, Ciò è determinato da un certo nazionalismo che in Italia ha preferito attingere al patrimonio sterminato e piuttosto ingombrante del Rinascimento.
E' necessario tener presente, però, che la moderna concezione del binomio arte-vita, come metro di valutazione del talento, nel Seicento non esisteva. Caravaggio riesce a fondere nella bellezza dell'arte ciascuna espressione della natura, e lo fa in nome della sua spregiudicata passione di un uomo, seguendo il suo istinto e non una scuola di pensiero. Ritrae i suoi modelli dal vero, che siano cesti ricolmi di frutta o giovani di locanda esuberanti e ambigui, o perfino se stesso, con un tocco di concreto realismo. lontano dal concetto della messinscena, della simulazione. Non a caso lo sprazzo di luce abbagliante che ne tiene desta la sorte non dura oltre gli anni Trenta del Seicento. Il secolo del Barocco non predilige una certa brutale e sprezzante visione del sensibile. Caravaggio va oltre quella visione, la trapassa, fissa nella concretezza delle cose la vita e la morte, svela come questi due elementi siano contemporaneamente presenti nell'esperienza di un corpo tangibile. In un cesto di frutta vi sono foglie rigogliose e foglie appassite. Ogni corpo è dominato da questi due principi opposti e complementari. Analogamente, nello sguardo trasognato, ottuso, che accenna ad un'ironia appena espressa dal brillio del cipiglio del Bacchino, che sa inequivocabilmente di vita, ma pur sempre di una vivezza disturbante, è contenuta già la causa mortale che ne adombra l'ineluttabile caducità, espressa nel colorito malsano della pelle, nella cagionevolezza pronunciata dalle labbra bianchicce.
Questa visione caravaggesca dell'essere nasce da un tragica consapevolezza, dalla solitudine storica a cui è condannato l'universo sensibile della natura e dei corpi. "Un uomo incolto ma un genio" come lo ha icasticamente definito Alois Riegi, che fu tra i massimi esponenti della Scuola di Vienna. Un genio sopraffatto dalla scienza della verità dell'essere, condannato a cogliere la morte nell'abbaglio più fulgente della vita. Tuttavia, un "uomo incolto" può essere dotato di un acume libero. La libertà intellettuale di Caravaggio è sbrigliata, e certe intuizioni filosofiche, morali, teoriche, hanno modo di sostanziarsi unicamente per via del raziocinio raffinatissimo che ne governa l'occhia e la mano.

BIOGRAFIA




La biografia lo vuole nato a Caravaggio paese tra Milano e Bergamo. Ma più verosimilmente è Milano a dargli i natali nel 1571. Suo padre è Fermo Merisi, "magister" della casa del marchese Francesco Sforza, sua madre Lucia Aratori. La sua formazione di pittore interamente lombarda.
Entra a bottega presso Simone Peterzano, un  tardo manierista devoto ad un naturalismo formale molto diffuso al suo tempo. Presso il Peterzano ha modo di acquisire la tradizione del realismo lombardo che si era andato diffondendo nella prima metà del Cinquecento per opera di artisti come Savoldo e Moretto. Ma più di questi lo condiziona la pittura di Tiziano, di cui probabilmente studia l'incoronazione di spine.
Nel 1590 muore la madre due anni dopo si trasferisce a Roma. Le difficoltà iniziali che incontra, al suo arrivo sono connesse a palesi problemi di sussistenza e al disagio dovuto al suo carettere che mal si accorda con l'ambiente intellettuale vagamente sprezzante della Città Eterna.
Dopo essere passato per le bottegghe di Lorenza Sicialiano e di Antiveduto Gramatica, entra a servizio presso Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, un famoso pittore tardomanierista che delega il giovane Caravaggio - la cui attitudine all'indagine naturalistica deve apparire già preminente - " a dipinger fiori e frutti". Nella bottega del Cavalier d'Arpino il Merisi si specializza nella pittura di natura morte, genere nel quale l'artista lombardo si dismostra, fin da subito, innovativo. L'attività dei suoi primi anni romani è concentrata soprattutto, nella pittura di scene di genere, la cui cruda immediatezza appare oggi assai lontana dalla necessità di storicizzare il clima culturale che lo attornia. In quegli anni Caravaggio è già un isolato. Viene ricoverato in ospedale per un attacco di malaria di cui lascia testimonianza nel celebre autoritratto del "Bacchino malato" della Galleria Borghese.
Trascorre anni rissosi di vita squallida e di ristrettezze, finchè verso il 1595 l'incontro con il cardinale Francesco Del Monte, che gli accorda il suo favore, ne segna l'elevazione al rango di artista di risalto nel panorama romano. Da quel momento in poi la pittura di Caravaggio, superati gli angusti confini dell'anonimato, diventa un mezzo di dirompente carica innovatrice che sconvolge gli uomini di cultura, gli artisti e il clero.
Le commissioni aumentano di pari passo con gli scandali di cui l'artista si rende protagonista. Le innumerevoli risse, i ferimenti, i duelli, gli scontri, disseminano la sua esistenza. Il clima secentesco dello spagnolismo, dei "bravi", non fa altro che accentuare quella che appare essere, già di per sé, un'indole di natura difficilmente dominabile.
Questa sorta di ricarico emozionale - tangibile anche nelle sue opere - che è per Caravaggio l'esercizio della violenza, culmina nel fatale assassinio, forse preteritenzionale, di Ranuccio Tomassoni da Terni. Le cronache ci dicono che l'alterco divampa a seguito di una partita al gioco della racchetta, disputata ai campi del Muro Torto, sotto Villa Medici, durante la quale Tomassoni vince a Caravaggio la somma di dieci scudi.
L'omicidio lo costringe ad allontanarsi da Roma per sfuggire alle ripercussioni giuridiche del reato. E' il maggio del 1606. Inizialmente l'artista ripara presso i possessi del principe Marzio Colonna situati fra Palestrina, Paliano e Zagarolo. Successivamente si spinge fino a Napoli, sotto la sovranità di un altro governo, mentre i suoi protettori a Roma si muovono per ottenere un'amnistia.
A Napoli rimane per circa un anno, lasciando un segno indelebile nella vita culturale di quella che è, agli inizi del Seicento, una ricca città popolata di aristocratici, borghesi e cortigiani. Poi si imbarca per l'isola di Malta, mosso dal desiderio di ottenere la croce di cavaliere dell'ordine, dove giunge verso la fine del 1607. L'ordine di Malta lo accoglie come cavaliere di Grazia per meriti artistici nel luglio del 1608.
Nell'ottobre dello stesso anno, una commissione criminale riunitasi su istanza di un procuratore cui forse non erano sconosciute le autentiche ragioni della fuga dell'artista di Roma, spinge Caravaggio a fuggire nuovamente. Sbarca in Sicilia, a Siracusa, da cui si muove nei primi mesi del 1609 per raggiungere prima Messina e poi Palermo.
Il Caravaggio del soggiorno siciliano è un uomo sconvolto, ansioso, prostrato. L'attesa del condono papale lo rende inquieto, fin quasi pazzo. L'isola gli appare come uno scenario inadeguato alla sua disperata grandezza. Roma ritorna prepotente in ogni suo pensiero.
E' ancora Napoli ad accoglierlo durante la sua marcia di riavvicinamento a Roma. Nel frattempo un intervento del cardinale Gonzaga riapre la possibilità di una grazia papale che sembra ormai prossima. Ma la malasorte gli riserva ancora un duro schianto il pittore viene assalito e ferito gravemente da emissari maltesi sulla porta della locanda tedesca del Cerriglio in cui alloggia. Le sue condizioni appaiono ai contemporanei tanto gravi da alimentare una voce secondo cui il maestro è morto.
Durante la lunga convalescenza egli trova la forza di dipingere ancora alcuni capolavori come la "Salomè con la testa del Battista" e il tragico  "Davide con la testa di Golia", nel quale adombra, nei tratti del volto decapitato del gigante ucciso, un suo doloro autoritratto. Intorno alla metà del luglio del 1610 si imbarca di nuovo su una feluca dirigendosi verso le coste laziali.
Deve fermarsi a Porto Ercole, presidio spagnolo ai confini dello Stato Pontificio. Caravaggio è subito arrestato per uno scambio di persona. Quando viene liberato la feluca è ripartita. Il Baglione riferisce di quelle ultime ore durante le quali "più la feluca non ritrovava, si che postosi in furia, come disperato andava per quella spiaggia sotto la sferza del sol leone a vedere se poteva in mare ravvisare il vascello che le sue robe portava":